Su lancio di palla di diavolorosso, colgo l'occasione per sputtanarmi presso il mio ristretto pubblico e vi elenco cinque brutte cose che dovete sapere sul mio conto al fine di farvi passare metti mai la voglia di conoscermi.
- sono un patito di Football Manager: una carriera da allenatore colmava il vuoto sociale dato dal mio stato di disoccupazione. Interpretavo me stesso, allenando puntualmente la stessa squadra e portandola ai massimi trionfi nazionali e internazionali. Ora che ho un lavoro ne sono uscito: adesso lotto solo per tornare in serie A.
- ho una voglia sul ginocchio sinistro che è a forma di prugna (schiacciata - la voglia, non il ginocchio): fino ai tredici, quattordici ci mettevo su un cerotto per conservare il mio segreto, di cui andavo terribilmente poco fiero. Coprivo questo frutto con l'ingegno perverso che non son riuscito a conservare: lo sfregio di un tossico, la ferita sempre aperta. Speravo diventasse trendy al pari dei ciucci di plastica e delle figurine.
intermezzo: sul fatto che mi puzzino i piedi: nessun imbarazzo, traspiro.
- Penso ancora alla prima ragazza per cui presi una cotta seria, sebbene siano dieci anni che non la vedo e l'ultima volta aveva gli accendini inseriti tra i lacci delle scarpe. Le reticenze del mio cuore, descritte poi così tediosamente da Rohmer, erano religiosi meccanismi che mi allontanavano dallo slinguare. Sempre quindicenne ho avuto un'intracimabile passione per Donatella Di Rosa. E anche Stefania Ariosto era mica male.
- Ho studiato come un nerd per dieci anni e ne ho cavato giusto una fava. Quanto alle opere lunghe di Dostoevskij ho ceduto sempre prima.
- Era un Sabato nell'Aprile del 1996. La mia gattina era sull'orlo di diventare gatta e si mostrava a pecorina e sgocciolava sangue. La liberammo nel cortile davanti casa, con l'intento di recuperarla sazia e gravida il Lunedì seguente e farla sterilizzare da mani esperte. Sparì. Il cortile era vasto e privato, con un fucile caricato a tranquillanti sarebbe stato più facile, ma dal balcone noi si era forniti di solo binocolo. Ecco è lei - no, era un cane. Mi pare, ma sì - un bimbo a gattoni. Gli appostamenti si fecero infiniti, e la voce iniziava a farsi di conforto, nel parlar di quel felino compresso da pneumatici... Ma un dì la scorgemmo, splendida nel portamento e intermittente alla vista. Quel paio di tentativi e mi trovavo davanti alla mia compagna di letto, il mio scaldapiedi. La vita campestre le aveva lasciato segni sul corpo: le lotte feline e l'autosostentamento le avevano turbato i tratti del viso, l'inseminazione l'aveva raddoppiata nella corporatura. Pareva proprio un'altra gatta - madre natura perché ci fai questo? La misi dentro al sacco placida e portai il bottino a casa trionfante. Ora turbata, scelse lo stesso nascondiglio di difesa, sotto il tavolino del telefono: abitudinaria e fessa? Era lei.
Il veterinario disse che era incinta da almeno due mesi. Come come? Abitavo al terzo piano e senza gatti coi coglioni tra i coglioni. Un mese e mezzo. Mica due giorni? Manco fosse stata una leonessa. Nell'anticamera del cervello si intrometteva più che silenziosamente un dubbio, come una certezza già rimossa.
Era un Sabato nel Maggio del 1996. Tornando dal campetto di basket, distratto dai sudori e dalla fame attendevo risposta al citofono. Un miagolio inconfondibile mi portava lo sguardo in basso. L'anticamera del cervello si fa ancora oggi apertamente beffa di me e non ci resta che calare il silenzio su questa storia. Una storia di furto, una storia di sequestro, di aborto provocato. Miseria cadde su di me.